Il Video del Prof. Palù che fa discutere: ecco perché

Il professore emerito Giorgio Palù in un’intervista ha rilasciato dichiarazioni che fanno discutere

Giorgio Palu
Il professore emerito Giorgio Palù

L’Italia con oltre 20 mila contatti in 24 ore, più di mille persone in terapia intensiva e una curva epidemiologica che continua a correre verso l’alto, entra dal 26 ottobre in una sorta di lockdown.

Il Premier Conte ha firmato un DPCM che impone numerose chiusure di attività e forti limitazioni. Il malcontento però serpeggia fra la popolazione e nonostante i numeri siano impietosi c’è chi continua a gridare all’esagerazione. E chi minimizza si fa forte delle parole di personaggi più o meno autorevoli.

Ci sono poi voci autorevoli ma fuori dal coro che spezzano l’unanimità scientifica almeno su alcuni punti. E quando questo succede c’è chi usa queste voci a proprio piacimento nonostante ci siano in realtà più punti in comune che altro.

Circola sui social un video di un’ intervista al professor Giorgio Palù di circa due settimane fa rilasciata ad un’emittente regionale. E viene descritto come un video ‘da vedere perché a breve verrà censurato’. Quest’ultima parte è ovviamente falsa e viene agitata solo per alimentare la tesi complottista e far percepire ancora di più il contenuto del video come qualcosa di vero che i poteri forti (?!) vogliono nascondere. Il video si trova anche su youtube e Palù ha rilasciato un’intervista anche al Corriere della Sera.

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L’allarme che circola su Facebook

Chi è Giorgio Palù

Il professor emerito Giorgio Palù è un accademico di lungo corso. Nato nel 1949 Giorgio Palù è Professore emerito di microbiologia e virologia dell’Università di Padova, è stato preside della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Padova, autore di circa 700 pubblicazioni scientifiche, vanta 16 mila citazioni, innumerevoli sono stati gli incarichi in Italia e all’Estero in prestigiosi istituti di ricerca. Ed è Past-president della Società Italiana ed Europea di Virologia. Un’autorità dunque nel campo della virologia.

Cosa dice Giorgio Palù

Il professor Giorgio Palù nel video che circola in rete e nell’intervista rilasciata un paio di giorni fa al Corriere della Sera è andato controcorrente rispetto ai suoi colleghi. Mentre 100 scienziati firmavano un appello affinché venissero adottate misure drastiche e l‘Istituto Superiore di Sanità fotografava una situazione ‘molto grave’, Palù si dichiarava contrario al lockdown.

Questo è il punto più controverso, perché per il resto la sua disamina non si discosta – a parte le percentuali – da quella di altri scienziati. Vediamola punto per punto.

Il coronavirus non è mai sparito

Che il coronavirus non abbia mai smesso da circolare è sostenuto da tutti gli scienziati. E anche da Palù che dice “la circolazione del virus non si è mai arrestata, anche a se a luglio, i casi sembravano azzerati, complice la bella stagione, l’aria aperta, i raggi ultravioletti che uccidono il virus. Poi c’è stato il ritorno dalla vacanze, la riapertura di tante attività e soprattutto il rientro a scuola”.

Positivi asintomatici

Altro punto toccato da Palù su cui si è concordi – sebbene con percentuali ben diverse -è che la maggior parte dei positivi siano asintomatici  e che  di questi solo una parte è fortemente contagiosa.

“Il 95% non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo – ha detto Palù nell’intervista al Corriere della Sera – punto secondo è certo che queste persone sono state contagiate, cioè sono venuti a contatto con il virus, ma non è detto che siano contagiose cioè che possano trasmettere il virus ad altri. Potrebbero farlo se avessero una carica virale alta, ma al momento con i test a disposizione non è possibile stabilirlo in tempi utili per evitare i contagi”.

La percentuale affermata da Palù è però sbagliata. A dirlo non sono solo altri virologi come Burioni professore di virologia all’Università Vita Salute di Milano ha ribattuto alle parole di Palù su twitter: “Basta bugie!” e Pregliasco ha rimproverato i giornalisti di riportare acriticamente le parole senza fare un’analisi.
Basta infatti leggere il bollettino, ovvero il dato attendibile e incontrovertibile, dell’Istituto Superiore di Sanità, per scoprire che gli asintomatici sono il 55/56%, i paucisintomatici l 16/17%, il lievi il 23/24% e i severi/critici il 4/5%.

Sembra invece acclarato il fatto che non tutti gli asintomatici siano contagiosi.  Ma proprio perché non si può stabilire chi è contagioso e chi no se non tramite un altro test che valuti la carica virale, si applica più facilmente il principio di precauzione mettendo tutti gli asintomatici in quarantena.

Terapie intensive: il numero che conta

Palù nell’intervista al Corriere parla della Terapie Intensive: “quello che veramente conta è sapere quante persone arrivano in terapia intensiva: è questo numero che dà la reale dimensione della gravità della situazione”.

Anche su questo la comunità scientifica è concorde. Il dato delle terapie intensive è quello da tenere sotto stretta osservazione perché i posti sono limitati. L’Italia ha 6500 posti di Terapia Intensiva per 60 milioni di abitanti. Si può forse arrivare ad 8 mila con delle implementazioni.

Le Regioni avrebbero dovuto provvedere ad aumentare il numero arrivando ad averne almeno 14 ogni 100 abitanti. Il Veneto è riuscito ad averne 17, primo in Italia, la Campania non arriva a 8. La Germania, tanto per fare un esempio, ne ha 34 ogni 100 abitanti.

Al momento abbiamo 1208 persone in terapia intensiva, pari al 29.7% del picco raggiunto il 3 aprile con 4068 persone. Nell’ultima settimana la variazione media negli ultimi sette giorni è stata di +65, contro i i +47 della settimana precedente. (Percentuali da ‘Pillole di Ottimismo’ del Dottor Paolo Spada sui dati del Ministero della Salute)

Il Ministero della Salute ha indicato la soglia della percentuale di pazienti covid in terapia intensiva oltre la quale scatta l’allarme della tenuta del sistema ospedaliero. Questa soglia è del 30% e molte Regioni ci si stanno già avvicinando. L’Umbria ha un tasso di occupazione del 27.85%, la Campania del 21.71%, la Sardegna del 20.69%.

E se i posti in Terapia Intensiva si possono anche aumentare servono anestesisti rianimatori. Che non ci sono.

Pericolosità della malattia

Palù spiega: “in ogni caso questo virus ha una letalità relativamente bassa, può uccidere, ma non è la peste”. Anche in questo punto la comunità scientifica è concorde. Nessuno ha infatti mai parlato di nuova peste, ma di malattia molto pericolosa e potenzialmente letale, sì. Soprattutto per le categorie più fragili il rischio di morte è molto elevato.

Per non parlare poi dei sintomi che non spariscono per mesi e dei danni permanenti. E di tutto quello che ancora non si sa.

Fortunatamente in molti escono sulle proprie gambe dalle terapie intensive, ma 37.388 italiani no, non ci sono usciti.  Non sarà la peste, è vero, ma uccide, eccome.

Lockdown: Palù dice no. Una questione etica

Su questo il punto di vista di Palù si discosta da quello degli altri scienziati. Il professore emerito si è dichiarato “contrario al lockdown come cittadino perché sarebbe un suicidio per la nostra economia; come scienziato perché penalizzerebbe l’educazione dei giovani; e come medico perché vorrebbe dire che malati, affetti da altre patologie, specialmente tumori, non avrebbero accesso alle cure. Tutto questo di fronte a una malattia che tutto sommato ha una bassa letalità”.

Dunque Palù non offre in questa intervista una soluzione su come fermare il contagio. La sua posizione sembra quella di un non interventista. Ma il non intervento ha un prezzo. E la matematica lo dimostra.

Anche seguendo le percentuali suggerite da Palù e anche tenendo conto di una bassa percentuale di malati che necessita di terapia intensiva i numeri dimostrano che nel giro di qualche settimana non ci sarà spazio per tutti. Più positivi ci sono più di conseguenza ci sono malati, più persone necessitano di cure e di terapia intensiva.

O si accetta che molte persone moriranno o si cerca un altro modo – e qui servono gli scienziati e gli esperti – per evitare la diffusione del contagio. Oppure per migliorare le cure. O una soluzione per non sovraccaricare gli ospedali, curando tempestivamente e a casa con la medicina del territorio, ossia i medici di base, i malati lievi. Ma in una maniera efficiente, non come nella prima ondata quando sono stati abbandonati a se stessi. Servono soluzioni, dunque.

Le conseguenze del non lockdown

C’è chi ha scelto nella prima ondata di non fare nessun lockdown. Come la Svezia. Non è andata benissimo né in termini economici, né umani. La mortalità è stata altissima. Nessun’altro Paese ha seguito quell’esempio. E in questa seconda ondata tutti stanno procedendo con lockdown o coprifuoco.

La Svizzera recentemente ha annunciato e reso pubblico quello che è in realtà un protocollo condiviso da tutte le rianimazioni. Ovvero che quando le terapie intensive saranno sature – e anche nel Paese Elvetico non manca molto – i medici non cureranno più le persone anziane. Quando non ci sono posti per tutti si dà infatti la priorità a chi ha più possibilità di salvarsi e a chi è più giovane. La stessa cosa che accade in guerra.

E’ una misura agghiacciante però, perché un medico deve curare, sempre, tutti e non farlo ci sembra un abominio. E in fondo lo è. E poi perché abbiamo tutti un nonno, una nonna, un papà, una mamma che potrebbe essere quell’anziano da non salvare. O potremmo esserlo noi ‘quell’anziano’ perché c’è sempre qualcuno più giovane di noi.

Ecco perché abbiamo bisogno di essere protetti e di soluzioni concrete, per non arrivare a quella scelta fra chi far vivere e chi far morire.

 

 

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