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Esteri

Costretta a ripagare l’azienda: il motivo è assurdo | Sentenza sconvolgente

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Giulia Belotti

Una dipendente di un’azienda americana è stata costretta a dare dei soldi al suo ex datore di lavoro. Ecco il motivo: vi lascerà senza parole

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Una donna canadese ha ricevuto una sentenza assurda. Nel mondo del lavoro, si sa, non ci si deve più stupire di niente: oggi come oggi, con un mercato costantemente in crisi, ci si deve sentire realizzati solo per il fatto di avere un lavoro.

Donna deve ripagare l’azienda che l’ha licenziata (solonotizie24.it)

Questo, però, porta i dipendenti delle grandi aziende ad accettare spesso e volentieri condizioni lavorative incredibili e disumane, pur di non essere licenziati. Dall’altro lato, i proprietari e i datori di lavoro stanno molto attenti alla qualità del prodotto dei propri dipendenti, in modo da essere sicuri di pagare persone che effettivamente fanno il loro dovere.

Negli ultimi giorni, però, per una donna è accaduto qualcosa di impensabile. L’azienda che l’ha licenziata, infatti, le ha chiesto dei soldi: ecco la motivazione.

Licenziata e poi ricontattata: deve dei soldi all’azienda

Nel periodo più critico della pandemia, moltissime aziende hanno favorito lo smart working, cioè una forma di lavoro che consente di espletare tutte le proprie funzioni da casa propria. In questo modo, le aziende han continuato a produrre e a far lavorare i propri dipendenti pur tenendo gli uffici vuoti e salvaguardando la salute di tutti.

Karlee Besse, quindi, come tanti altri cittadini ha lavorato a distanza come contabile nella Columbia Britannica. Licenziata poco dopo, ha affermato di essere stata mandata a casa senza una reale motivazione e ha quindi chiesto all’azienda un risarcimento di 5mila dollari canadesi, oltre alla liquidazione e ai salari non pagati.

Donna licenziata, deve rimborsare l’azienda (solonotizie24.it)

La società Reach CPA, però, ha ribaltato tutto. Interrogata dal tribunale proprio in merito all’accusa ricevuta dall’ex dipendente, l’azienda ha rivelato che Karlee ha registrato più di cinquanta ore di lavoro che, in realtà, si sono rivelate del tutto assenti. Reach, infatti, ha ammesso di aver installato dei software di tracciamento dei dipendenti chiamati TimeCup sui computer che dava per lo smartworking. In questo modo, quindi, ha scoperto che molti registravano molte ore come se fossero state lavorative ma, in realtà, non lo erano.

Tale software, infatti, tiene traccia del tempo durante il quale un documento rimane aperto, oltre a registrare il modo in cui il dipendente usa tale documento. Settimane dopo la sua installazione, l’azienda ha rivelato diverse irregolarità nel lavoro di Karlee che, nonostante abbia provato a difendersi, è stata costretta dal Tribunale a ridare alla società 2,459.89 dollari canadesi, dando quindi ragione all’azienda.